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Sabato 14 Giugno, 2008
io, Matteo Pelli e le inquietanti ostriche…

dsc07076_2.JPGVa bè mi ha dato 4 e mezzo ma eravamo già alla quinta puntata (e nelle altre invece mi aveva generosamente dato due 9, un 10 e un 7 e mezzo) e poi pure io andargli a proporre le ostriche, mannaggia a me e a quando mi ostino con le mie fissazioni alimentari.

Comunque tutto va benissimo, siamo esattamente a metà dell’opera e nonostante notti insonni, sveglie all’alba per organizzare ricette, spesa e allestimenti, stanchezza cronica e qualche sclerata di troppo sono davvero contenta. Mi dispiace ma non abbiamo un minuto per caricare le foto e scrivere quotidianamente.

Questo è il trip che io m’ero fatta prima di invitare Matteo Pelli al mio oyster party:

Sono in cucina e sto aprendo due dozzine di ostriche. E’ un lavoro che bisogna fare concentrati, basta un niente e il coltello può sfuggire. Devi stare attenta a non ferirti certo ma anche all’aspetto che hanno le ostriche, al colore e all’odore di ognuna. Un odore che riempie la cucina e le narici, ti ubriaca in qualche maniera. E’ l’odore del mare appunto e delle sue profondità.

Le ostriche fanno paura. Provate a proporle a dieci persone diverse e avrete dieci reazioni diverse, tra il rifiuto e l’entusiasmo naturalmente, ma quasi tutti, anche quelli che le amano, ne saranno in qualche modo intimoriti.

La reazione di fronte all’ostrica, è secondo me, rivelatrice del carattere più profondo delle persone. Esplicita le paure e rivela l’imprudenza o l’ardire di ognuno. Che cosa fa paura di questo mollusco di genere femminile, dal nome polposo e croccante dato dall’incrocio di tre consonanti forti? Il fatto che sia cruda, la consistenza molliccia, la sensazione di viscido, il sapore sconcertante, l’ansia di star male o il timore di scoprire che ci piacciono troppo, di non riuscire a fermarsi, di non poterne placare il desiderio…

Non sarà dunque la paura di inoltrarsi, di andare a fondo, di affondare?

L’ostrica ha a che fare con gli abissi del mare e, ne sono sicura, con le paure impenetrabili di noi stessi.

Io continuo ad aprirle col mio coltellino facendo attenzione ad annusarle una per una; ogni tanto ne assaggio qualcuna ed è come se tutto si facesse sempre più chiaro, come se si stesse per chiudere un cerchio: di che cosa ho sempre avuto paura, quali sono i miei incubi e i miei desideri. Sono pensieri, non per forza esternabili a chi in quel momento sarà con me in cucina. La cucina permette anche il silenzio talvolta o addirittura lo pretende, e in questo caso vuole che tali pensieri rimangano privati, non detti, chiusi in un guscio d’ostrica per l’appunto.

Magari con quella persona parleremo piuttosto di termini di cucina, parleremo di come carpire la vera essenza dell’ostrica, di come ricavarne il succo denso, non disperderne l’umore e io farò una ricetta che sogno da tempo, un concentrato d’ostrica, un frullato di una dozzina di ostriche e del loro succo. Il risultato è un liquido grigio intenso nel colore, nell’odore e devastante nel sapore. Ostrica all’ennesima potenza, simbolo di cibo assoluto, paura allo stato puro!

Oppure farò qualcosa di più accettabile, farò un brodo, un brodo che mantenga l’intensità dell’ostrica cruda ma restituisca la consolazione di un brodo caldo (e cotto); e nel brodo ci metteremo qualcosa a galleggiare e a prendere sapore, delle alghe magari o delle uova di pesce per non dimenticare mai che il brodo in fondo è “il mare che si mangia”. O infine presi dallo sconcerto che la presenza inquietante delle ostriche avrà diffuso, io e quella persona ci rifugeremo in qualcosa di veramente rassicurante e cosa c’è di più rassicurante del riso. Il bianco riso, il puro riso, il salvifico riso, il riso di tutti i popoli. E’ sarà strano notare come anche il riso sia un elemento acquatico e viva di profondità e ondeggiamenti ma nonostante questo non provochi alcun tipo di ansia. Così noi troveremo l’equilibrio in un riso fluttuante con polpa di ostriche, un riso all’onda morbido e dolce che si arricchirà di un’altra sostanza liquida, bianca e rassicurante: il latte. Il latte sì che saprà placare alfine angosce e paure d’abissi. Il latte è la risposta finale all’ostrica. E il cerchio si chiude.


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7 commenti per “ io, Matteo Pelli e le inquietanti ostriche… ”

  1. Giozalon ha scritto il Domenica 15 Giugno, 2008 alle 1:08 am :



    Quando ero piccolo capitava ogni tanto che il nostro vicino di casa, che si chiamava Pucci e faceva l’idraulico, ci portava delle ostriche. Diceva di prenderle “sottomonte” ma i miei non ci credevano molto e, forse per precauzione, ci spruzzavano sopra litri di limone. Questo è il mio primo ricordo delle ostriche, odore di limone e iodio su piatti infrangibili trasparenti color ambra molto anni settanta (sicuramente comprati alla fiera di San Nicola)…
    Giozalon

  2. uccio ha scritto il Lunedì 16 Giugno, 2008 alle 6:54 pm :



    ostriche mare iodio e vientu, fortunato ma inadatto sto matteo pelle.

  3. carlo ha scritto il Mercoledì 18 Giugno, 2008 alle 10:59 am :



    Non vorrei sembrare banale, ma a me le ostriche ricordano una bresserie di Pigalle, e comunque le trovo magnifiche, ma il sublime lo raggiunge il “taratufo” o “tartufo” che come mollusco è meno appariscente ma di sapore senza paragoni.
    Carlo

  4. vivla ha scritto il Mercoledì 18 Giugno, 2008 alle 7:09 pm :



    Carlo se intendi i tiratufoli (a Brindisi li chiamiamo così) per me hanno un sapore che non ha paragoni e che può definirsi solo, come tu giustamente hai detto, sublime. Li mangio dalla primissima infanzia e grazie a loro a dodici anni mi sono pure fatta un’epatite a. Ma nonostante tutto continuo ad amarli e a desiderarli (ora che ne trovo sempre meno sulla mia strada). Tornando a monte però, se già l’ostrica (che pure è sdoganata ai più dall’idea di champagne lusso e paillettes) spaventa così tanto, immaginati quel pezzo di scoglio con dentro una lingua gialla o rossa dal sapore selvaggissimo che paure recondite può scatenare…

  5. carlo ha scritto il Venerdì 20 Giugno, 2008 alle 12:38 pm :



    Allora, sono assolutamente d’accordo con te. Dobbiamo fare chiarezza sul mollusco in questione. L’italiano è fantastico con i suoi dialetti e assolutamente incredibile, in gastronomia, come la stessa
    specialità cambi di nome a pochi Km di distanza. A Napoli quello con la “lingua” rossa è il “Fasolaro”, quello attaccato allo scoglio, assolutamente illegale è il “dattero”, mentre il taratufo è come una grossa vongola col guscio zigrinato. Comunque sia, a parte il dattero che non si può più mangiare, ed invito tutti a denunciare chi li vende e chi li mangia, sono tutti frutti di mare speciali.
    Un abbraccio
    Carlo

  6. vivla ha scritto il Sabato 21 Giugno, 2008 alle 2:30 pm :



    caro carlo è davvero difficile far chiarezza nell’infinità di nomi dialettali, usi e costumi, contaminazioni e quant’altro. Per fare chiarezza forse ci vuole una foto, guarda qui http://www.lacuocadellaportaaccanto.com/lacuoca_gusti.php
    nell’ordine dall’alto verso il basso e da sinistra verso
    destra:
    scampi (con le uova attaccate, cozze a noce (quelle che immagino per te siano i taratufi, esattamente come grosse vongole ma rigate e molto più dolci e cremose), cozze nere (questa è facile), ostriche selvagge (o di Taranto), tiratufoli o spugne di mare (le protagoniste in questione), alicette crude, aragosta, ricci e triglie. Sui datteri assolutamente daccordo, i fasolari non sanno di granché secondo me. Ci siamo incasinati di più?
    A presto lupo di mare…

  7. carlo ha scritto il Lunedì 23 Giugno, 2008 alle 11:43 am :



    ma che incasinati, come sempre esaustiva, allora hai centrato in pieno, le cozze a noce sono i miei taratufi.
    vi aspetto on board.
    Carlo



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