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Giovedì 10 Novembre, 2011
La Cuoca nel buio

Qualche mese fa avevo partecipato come ospite ad una cena nel buio organizzata al Rossodisera da Gerry Longo. Una di quelle cose delle quali senti parlare in giro, ti incuriosiscono e dici, perché no. Con quattro amici (compagni di cibo, tavola e… merende), abbiamo così deciso così di provare, come si dice, un’esperienza nuova e stimolante: cenare in un ambiente completamente oscurato, serviti da camerieri non vedenti, con la prospettiva di “mettere in gioco” le nostre percezioni. Detta così sembra la classica uscita “alternativa”, qualcosa di attraente e insolito, l’ avventura diversa “da raccontare” e magari poi dimenticare. Invece si era rivelata, almeno per me, un’esperienza tutt’altro che facile e scorrevole, qualcosa di molto forte, quasi sconcertante. Il buio pesto, innaturale, i suoni che cambiano, l’aria che diventa “stretta”, le tue sicurezze che vacillano, il chiudersi in silenzio mentre gli altri intorno urlano, una sorta di senso dell’amicizia primordiale che ti porta a toccare senza tregua chi ti sta vicino per sentire che c’è e soprattutto che ci sei ancora tu. E poi la postura a tavola, scomposta e dolorosa, i tuoi istinti di sopravvivenza che scattano senza controllo, il segnare un territorio intorno al proprio piatto bicchiere tovagliolo, forchette e coltelli che presto diventeranno inutili, il cibo stesso che diventa inutile. E qui ci fermiamo. Il cibo appunto, siamo qui per cenare eppure nel piatto potrebbe esserci qualsiasi cosa, segno inconfutabile che tolta la vista, il famigerato senso del gusto, conta davvero molto poco.

“L’importante è finire”, ma non come cantava Mina in quella bellissima canzone, piuttosto nel senso che lo scopo non è più gustare, ammirare i colori e assaporare forme e contenuti, ma “sbrigare la pratica”, riuscire a finire tutto ciò che c’è nel piatto e poter dire ce l’ho fatta!

E qui scatta lo sconcerto nella cuoca e nei suoi compagni gourmet. Ma davvero allora il gusto, del quale ci nutriamo e per il quale lavoriamo, è l’ultimo dei sensi? Davvero il buio appiattisce le percezioni e ti porta a non distinguere una mela da una patata, un riso da una pasta, un pesce da una carne bianca, un vino bianco da uno rosso?

La risposta è SI, ma solo se continuiamo a ragionare da “vedenti”, esclusivamente proiettati sull’esteriorità, sulle apparenze, se continuiamo a restare in superficie, chinarci al mito di un’estetica banale.

La risposta è NO se il buio diventa improvvisamente una risorsa, sconvolge i pregiudizi e ti fa “vedere oltre”.

Una premessa un po’ lunga ma doverosa per raccontare il seguito di quella prima esperienza.

Lunedì e mercoledì scorso ho partecipato ancora ad una cena nel buio di Gerry Longo al Rossodisera, ma questa volta ero in cucina a preparare io stessa i piatti.

Seguirà a breve il racconto della Cuoca che cucinò nel buio!


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